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venerdì 10 febbraio 2012

Il Sesto PIL. E la peggiore politica economica




Nella maggior parte dei paesi il PIL reale è sovrastimato, per dare l’impressione che l’economia stia andando bene.

Per questo, si ricorre a vari trucchi, in molti paesi, che sottostimano l’aumento dei prezzi. Per esempio, si altera il paniere dei prodotti che compongono gli indici d’inflazione e il rispettivo peso.

In Brasile, oltre a ciò, succede che i tassi di crescita del PIL hanno avuto degli sbalzi, dalla fine degli anni 60, in funzione delle modificazioni nei criteri di calcolo, il che trasmette l’impressione ingannatrice di un rapido progresso a partire da quel periodo.

Ci sono poi state delle distorsioni tra le monete nazionali. Per esempio, nel 1995 il Cruzeiro ha lasciato il posto al Real, la moneta attualmente in vigore. E le oscillazioni del tasso di cambio incidono molto sui dati comparativi. Il cambio del real è sopravvalutato. In media, il suo tasso è stato, nel 2010, 1 Dollaro US = 1,70 Reais, ma il cambio vantaggioso per migliorare la posizione competitiva dei beni industriali prodotti in Brasile dovrebbe essere 1 Dollaro US = 2,50 Reais. Se il real fosse portato a questo cambio, il PIL brasiliano non arriverebbe neanche al decimo posto.

La cosa più importante, però, è che il PIL registra la produzione nazionale, senza considerare, da un lato, quanta di questa produzione appartiene ai residenti e alle imprese locali, e, dall’altro lato, quanto appartiene ai residenti all’estero e alle imprese straniere. Perciò, da moltissimo tempo, il PIL è divenuto quasi irrilevante, dal momento che la produzione ha subito una globalizzazione, soprattutto in Brasile, dove ciò è patologico.

Il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) darebbe un’idea meno distorta delle cose, perché nel calcolarlo si sottrae dal PIL la ricchezza prodotta dai residenti all’estero e dalle aziende straniere che producono nel Paese, e si aggiunge la ricchezza prodotta dai residenti in Brasile e dalle aziende brasiliane all’estero. Il Brasile ha sempre sottostimato il PNL, dal momento che gran parte delle imprese controllate dall’estero, figura nella statistiche con partecipazione di capitali stranieri inferiore al reale, essendo registrate a nome di società di comodo.

La rilevazione ufficiale del PNL  è ancora molto  più distante dalla realtà, essendo stata  soppressa in modo delinquenziale la distinzione tra imprese a capitale nazionale e a capitale straniero, con la "riforma" del capitolo economico della Costituzione del 1988, ordinata dall’oligarchia  straniera a Fernando Henrique Cardoso e agli altri tirapiedi.
Adesso,  il Brasile è uno dei paesi in cui è più alta e, nella realtà, predominante la parte del reddito prodotta nel Paese sotto il capitale straniero, grande parte del quale è ogni anno trasferito all’estero, non solo come profitti e dividendi ufficiali, ma anche in altri conti della bilancia dei pagamenti, attraverso  beni e servizi superfatturati nell’importazione e sottofatturati nell’esportazione.
L’economia brasiliana era già grandemente controllata da imprese multinazionali all’inizio degli anni 70. Dopo, il Paese ha subito una devastazione che dura dalla crisi dei conti con l’estero alla fine degli anni 70. Nel corso degli anni 80, l’aumento assurdo dei tassi di interesse del debito estero con  la frode della Costituzione del 1988, che obbligò a privilegiare il "servizio del debito estero".
Ciò, da allora, ci è costato circa 10 trilioni di Reais al prezzo attuale. Negli anni 90, si ebbe la valanga delle privatizzazioni, che hanno accelerato la denazionalizzazione. Da quel momento in poi, (si ebbero) forti afflussi di redditi da investimenti diretti esteri. Ritengo, pertanto, che il PNL non equivale neppure al 60% del PIL. Siccome anche questo è molto sopravvalutato, il reddito delle persone fisiche e giuridiche brasiliane non arriva al 40% di quanto suggerito dalle cifre del PIL.
Quando si celebra che il PIL del Brasile ha superato quello della Gran Bretagna, l’inganno è ancora maggiore della punta dell’iceberg smascherata, dal momento che questo paese, sede  dell’oligarchia finanziaria, da più di trecento anni, rappresenta l’estremo opposto del Brasile.
Di fatto, il Regno Unito è l’unico paese la cui produzione fuori delle sue frontiere supera quella realizzata all’interno. La produzione interna continua a stagnare, ma l’oligarchia britannica nuota nei profitti, tra gli altri, quelli di manipolare i mercati finanziari mondiali, oltre a contare su preziosi attivi in tutto il mondo, incluso  miniere d’oro e di altri minerali preziosi in Brasile.
In ultima analisi, i media locali e stranieri prendono in giro il Brasile quando esaltano la crescita del PIL brasiliano, come se volessero fare ridere il nostro popolo della propria miseria, senza sapere nulla.
Né parliamo del potere bellico e politico del Regno Unito. Ricordiamo appena che la sua oligarchia, sostenuta da altre della NATO, ha esercitato pressione, praticamente senza resistenza, sopra i  "governi" brasiliani, per separare, di fatto, dal territorio nazionale immense e ricchissime aree dell’Amazzonia, con il pretesto di "proteggere" gli indigeni (addirittura trasferiti apposta la) e l’ambiente.

Denazionalizzazione e deindustrializzazione

In Brasile la produzione ancora cresce, ma al servizio quasi esclusivo delle banche, molte straniere, incluse le britanniche HSBC e Santander (che si fa passare per spagnola),  e delle imprese multinazionali, che controllano sempre più attivi nel paese e trasferiscono i profitti all’estero, specialmente nei paradisi fiscali, quasi tutti in  ex-colonie  britanniche.
Invece di illudersi con statistiche congiunturali, il Brasile dovrebbe concentrasi sulle gravi distorsioni della struttura accumulate dal 1954, che rappresentano un serio rischio. Esse si manifestano nella deindustrializzazione derivante dalla denazionalizzazione dell’economia.
Che altro potrebbe essere successo se, da quell’epoca, le politiche pubbliche sussidiano, incessantemente e sempre di più, le multinazionali con sede all’estero? Occasionalmente,  le imprese nazionali sono state aiutate, ma, in generale, la maggior parte è stata massacrata, mentre le multinazionali hanno sempre goduto dei favori della politica economica.
Il Brasile ha attualmente uno dei più alti deficit della bilancia dei pagamenti con l’estero. Inoltre, le riserve valutarie non sono nostre, ma sono della Cina, della Germania e di altri che hanno competitività tecnologica e le cui riserve risultano dai saldi positivi in quelle transazioni.  Le riserve del Brasile sono costituite, in gran parte, da Dollari convertiti in Reais per applicazioni in titoli finanziari, ed esse possono lasciare la Banca Centrale  ai primi segnali di una crisi estera.
Secondo dati della Banca Mondiale, la partecipazione nel totale mondiale del valore aggiunto
dall’industria in Brasile rimane, dal 2000, ferma all’1,7%. Nel frattempo, lo stesso indicatore in Cina è cresciuto dal 6,7% nel 2000 al 9,8% nel 2005 e al 14,5% nel 2009.
Secondo la stessa fonte, le  importazioni brasiliane di beni di alta tecnologia non arrivano a Dollari US 40 miliardi, e le esportazioni non arrivano neanche a Dollari US 10 miliardi. Nel caso della Cina, le importazioni e le esportazioni equivalevano, ciascuna, a Dollari US 50 miliardi nel 1996, e hanno raggiunto, nel 2008, Dollari US 325 miliardi e Dollari US 450 miliardi, rispettivamente.
Il modello economico dipendente, basato sulla tecnologia straniera non assorbita nel paese e in finanziamenti gestiti dalla Banca Mondiale, a costi materiali e finanziari elevati, oltre a privilegiare i grandi produttori mondiali di attrezzature, ha impedito lo sviluppo di imprese medie e piccole a capitale nazionale nei programmi di investimenti pubblici, come quello elettico e quello siderurgico.
Le privatizzazioni hanno aggravato il quadro, poiché hanno chiuso lo spazio alle imprese provate locali tecnologicamente promettenti che, prima, fornivano, attrezzature e componenti a quelle statali.
Anche nel settore della Petrobrás - strettamente privatizzata con la vendita di azioni a gruppi stranieri e con i vari attentati contro di lei derivanti dalla legge 9.478 -  sono state invertite le politiche a sostegno delle imprese brasiliane. Secondo quanto osservato dall’Ingegnere Fernando Siqueira, della AEPET, la Petrobrás, negli anni 70, sotto Geisel,  aveva creato, attraverso il trasferimento di tecnologia, un indotto di cinquemila imprese, che competevano con le grandi multinazionali del settore.
Egli afferma: "Collor, nel solco del Washington Consensus, ridusse di più del 30% le tariffe sull’importazione, e  Fernando Henrique Cardoso completò l’opera creando il REPETRO, con il decreto 3161, che ha esentato le imprese straniere da tutte le imposte. In questo modo, liquidò quelle 5.000 imprese."
Non c’è spazio qui per riassumere gli svariati e immensi sussidi con cui la politica economica omaggia le multinazionali che assemblano gli autoveicoli e le altre multinazionali in tutti i settori dell’economia, mentre alle regalie federali si aggiungono quelle statali e quelle municipali. Poco tempo fa, si è saputo che il prefetto di Rio donerà alla General Electric degli USA un terreno di 45.000 metri quadri, sull’isola di Fundão.
I finanziamenti del BNDES (Banca Nazionale dello Sviluppo) costituiscono un sussidio enorme alle grandi  multinazionali che, sempre di più, controllano il mercato brasiliano e ricevono dalla banca statale trilioni di reais a tassi di favore. La tedesca Thyssen, leader dei monopoli  mondiali, ha formato una joint venture per produrre energia elettrica inquinante a base di carbone, in "associazione" con la Eike Batista, con il 75% dei fondi erogati dal BNDES.
Oltre a sussidiare le multinazionali, il governo sta privatizzando gli aeroporti e "lavora" per accentuare la dipendenza tecnologica del paese, riducendo al 2% l’imposta sull’importazione su una vasta gamma di beni capitali. La fabbricazione nazionali di quei beni arrivava, negli anni 70, a coprire il 60% della domanda  interna, proporzione che è caduta a meno del 40%, senza parlare della caduta sostanziale della partecipazione delle imprese a capitale nazionale.
Il Brasile  esporta sempre più risorse naturali con poco o nessun procedimento industriale, anche nel settore agroindustriale. Dei minerali strategici, come il quarzo e il niobio, la cui materia prima è concentrata quasi tutta in Brasile, si esportano quantità a prezzi sottofatturati e che non rappresentano neanche 1/50 del valore unitario (sul peso) dei beni finali in cui vengono utilizzati.
Le esportazioni dipendono sempre più dalle commodities. Queste  hanno raggiunto, nel 2010, il  70% della partecipazione nel totale, oltre ad essere rappresentate da una componente crescente di prodotti basici, inclusi nei cinque maggiori gruppi: ferro; petrolio; soia; zucchero; caffè. Del resto, rimane in vigore la spaventosa legge Kandir/Collor, che esenta dall’ICMS (l’imposta sulle operazioni relative alla circolazione delle merci)  l’esportazione delle materie prime.

Adriano Benayon è laureato in Economia e autore del libro Globalização versus Desenvolvimento (Globalizzazione contro Sviluppo)

giovedì 2 febbraio 2012

Sul boom economico brasiliano

Da alcune settimane leggo su numerose testate italiane on line gli articoli di giornalisti che raccontano a piene mani del “miracolo economico” brasiliano. Anche una rivista solitamente sobria come Famiglia Cristiana si spinge oltre presentando all’ignaro lettore che si trova all’altro capo del mondo – e non può avere un riscontro diretto – l’immagine di un Brasile ricco, ma così ricco da avere un volto umano[1].
Partendo dai dati del Center for Economic and Business Research, secondo Famiglia Cristiana «uno dei più rinomati centri di analisi dell’Occidente», il giornalista autore dell’articolo sostiene che il Brasile nel 2011 è divenuto la sesta potenza economica del mondo dopo Usa, Cina, Giappone, Germania e Francia, prendendo il posto della Gran Bretagna, ora settima. Il Brasile, prosegue, è in grande crescita nonostante nel 2002, quando Lula da Silva prese il potere, fosse molto screditato dai mercati internazionali. Eppure Lula è riuscito nel miracolo. Negli ultimi dieci anni sono stati creati 15 milioni di posti di lavoro e 28 milioni di persone sono uscite dalla povertà, cioè sono entrate nelle cosiddetta classe media. Inoltre, la classe media è così abbiente che i brasiliani che guadagnano tra 450 e 2.200 euro sono più di metà della popolazione. Addirittura Dilma Rousseff, la Presidente in carica da un anno, ha varato un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, case popolari, scuole da 526 miliardi di dollari.
Questo, in sintesi, è il contenuto dell’articolo di Famiglia Cristiana. E ne potrei citare altri cento che riportano la stessa notizia. Pardon, la stessa non notizia. Sì, perché vedete di quanto è scritto sopra non è vero nulla. Adesso procederò a confutare una ad una le affermazioni di Famiglia Cristiana sul Brasile.
«Il Brasile nel 2011 è divenuta la sesta economia mondiale». Falso. Il PIL del Brasile misurato come valore assoluto è cresciuto fino a superare quello della Gran Bretagna e dell’Italia. Ma ciò non significa nulla: bisogna considerare, per dare un termine di paragone, che, il Brasile ha una superficie 33 volte maggiore di quella italiana. Stiamo parlando di un Paese - continente.  Il Brasile ha circa 192 milioni di abitanti, l’Italia ne ha soli 60. Il PIL pro capite, pertanto, misurato in Dollari US, è 9.390 per il Brasile e 35.090 per l’Italia[2]. Il PIL pro capite italiano è circa il quadruplo di quello brasiliano. La ricchezza, peraltro, è anche male distribuita. Secondo un rapporto del giornale Folha de São Paulo, divulgato nel 2008 e basato sull’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, il Brasile presenta le caratteristiche dell’Islindia, ovvero un paese con una minoranza che ha un tenore di vita superiore a quello del Belgio e superiore a quello dei 20% più ricchi dell’Islanda e una maggioranza che vive al livello dell’India. In questa speciale classifica, nel 2011 l’agenzia delle Nazioni Unite colloca il Brasile all’84esimo posto (High Development), assegnando una posizione ben superiore all’Italia, 24esima (Very High Development)[3].
«Negli ultimi dieci anni sono stati creati 15 milioni di posti di lavoro e 28 milioni di persone sono uscite dalla povertà, cioè sono entrate nelle cosiddetta classe media». Falso.
Dal 2003 al primo semestre del 2011 – durante i due mandati presidenziali di Lula e i primi sei mesi del mandato di Dilma – il totale degli occupati brasiliani è passato da 18 milioni 520 mila unità nel 2003 a 22 milioni 279 mila unità nel primo semestre 2011[4]. Ciò significa appena un aumento di circa 4 milioni di occupati. C’è di più. I dati ufficiali dell’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE), l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica equiparabile alla nostra ISTAT, mostrano che la popolazione in età attiva (dai 10 ai 64 anni di età), cioè che è considerata, per i parametri del governo brasiliano, in grado di lavorare è di 147 milioni di persone su un totale di circa 192 milioni di abitanti.


    
Tabella 1.1 - Popolazione residente, per gruppi di età, secondo le Grandi Regioni,
le Unità della Federazione e le Regioni Metropolitane – 2009












Grandi Regioni,
Unità della Federazione e
Regioni Metropolitane
Popolazione residente (1 000 persone)
Totale
Gruppi di età
Meno di 1 anno
Da 1 a 4 anni
 Da 5 e 6 anni
Da 7 a 9 anni
                 Brasile
 191 796
 2 570
 10 815
 5 783
 9 821
     


Tabella 1.2 - Popolazione residente, per gruppi di età, secondo le Grandi Regioni,
le Unità della Federazione e le Regioni Metropolitane – 2009












Grandi Regioni,
Unità della Federazione e
Regioni Metropolitane
Popolazione residente (1 000 persone)
Gruppi di età
Da 10 a 14 anni
Da 15 a 17 anni
Da 18 e 19 anni
Da 20 a 24 anni
Da 25 a 29 anni
                 Brasile
 17 421
 10 399
 6 537
 16 498
 16 473


Tabella 1.3 - Popolazione residente, per gruppi di età, secondo le Grandi Regioni,
le Unità della Federazione e le Regioni Metropolitane – 2009












Grandi Regioni,
Unità della Federazione e
Regioni Metropolitane
Popolazione residente (1 000 persone)
Gruppi di età
Da 30 a 49 anni
Da 50 a 59 anni
Da 60 a 64 anni
Da 65 a 69 anni
Più di 70 anni
                 Brasile
 54 336
 19 406
 6 648
 5 342
 9 746


Dunque in Brasile la popolazione in età attiva, cioè le persone tra i 10 e i 64 anni di età, è di 147 milioni di persone. Ora, l’IBGE riporta i dati dell’ultima ricerca mensile sull’occupazione, aggiornati a dicembre 2011. Mettiamo da parte le percentuali e prendiamo i numeri assoluti, il sito internet dell’IBGE riporta testualmente che: «i disoccupati a dicembre sono stati 1,1 milioni di persone, mentre nel 2011, in media c’erano 1,4 milioni di persone disoccupate. La popolazione occupata dopo novembre si è mantenuta stabile (22,7 milioni di persone). La media del 2011 è stata di 22,5 milioni di persone occupate[5]».
Attraverso un metodo di calcolo tutto brasiliano, l’IBGE arriva a sostenere che il Brasile nel 2011 ha avuto un tasso di disoccupazione inferiore al 5 per cento su base annua. Ovvero una disoccupazione che la letteratura economica definisce fisiologica, una situazione ideale di piena occupazione in cui quel minimo di disoccupazione viene computato nelle statistiche solo perché vi sono delle persone che, nel periodo considerato, stanno cambiando impiego. Insomma, il Brasile sarebbe meglio della Svizzera per lavorare. Peccato che non sia così. Se le persone in età da lavoro sono 147 milioni e gli occupati sono 22,5 milioni di persone, secondo il metodo di calcolo brasiliano, abbiamo:

OCCUPATI/POPOLAZIONE IN ETÀ ATTIVA X 100 = TASSO DI OCCUPAZIONE
22,5/147 X 100 = 15,30  %

Di conseguenza solo il 15,30 % della popolazione brasiliana in età da lavoro potrebbe essere occupata. Volendo usare la metodologia italiana, ISTAT, secondo la formula generale:

OCCUPATI/POPOLAZIONE X 100 = TASSO DI OCCUPAZIONE


abbiamo un tasso di occupazione pari a:


22,5/192 X 100 = 11,72 %

Secondo la metodologia italiana, appena l’11,72 %.
Abbastanza per mettere a confronto il Brasile con un Paese dell’Africa Sub-Sahariana piuttosto che con uno Stato europeo. Non siamo in grado di fornire una stima del tasso di disoccupazione in Brasile, in quanto l’IBGE non fornisce i dati su quante siano le persone in cerca di un lavoro. È chiaro però anche a chi non avesse nozioni di economia, che il tasso di disoccupazione non può essere il 5 % dell’IBGE, ma di gran lunga più elevato o addirittura il suo inverso. A conferma di quanto ho detto, basta dare un’occhiata alle file chilometriche di brasiliani disoccupati in attesa davanti ai centri per l’occupazione, come nella foto che segue.






Diffusissimo è, inoltre il lavoro minorile, come in quest’altra foto, che ritrae un bambino mentre svolge il pesantissimo lavoro di taglialegna nella foresta amazzonica.






 «Inoltre, la classe media è così abbiente che i brasiliani che guadagnano tra 450 e 2.200 Euro sono più di metà della popolazione». Falso. Il Censimento del 2010 ha rivelato che il 25 % della popolazione brasiliana riceveva fino a 188 Reais al mese – equivalenti a circa 82 Euro – e metà aveva un reddito pro capite di Reais 375 – equivalenti a circa 163 Euro – un valore al di sotto del salario minimo del 2010 di 510 Reais – circa 222 Euro. Stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), relativi al 2010, circa il 25 % della popolazione brasiliana guadagna meno di 75 US Dollari al mese e non ci sono abbastanza posti di lavoro in regola. Allo stesso tempo, il Brasile detiene il – triste – primato di minore  assicurazione e copertura del lavoro tra le economie del cosiddetto G-20.
Nel maggio 2011, il Ministero dello Sviluppo Sociale e Lotta alla Fame – un nome che è tutto un programma -  ha calcolato, a partire, dai dati dell’IBGE che esistono 16,2 milioni di brasiliani (8,6 % del totale) che vivono nella miseria estrema o con un reddito mensile al di sotto dei 70 Reais – circa 30 Euro. Sempre secondo il Ministero, metà dei brasiliani più poveri ha meno di 19 anni di età[6]. E la middle class? Il salario minimo della classe media nel 2012 è di 625 Reais – circa 272 Euro – mentre il salario medio degli occupati, a prezzi di dicembre 2011, è stato di 1529,30 Reais – circa 665 Euro – per i dipendenti privati con le “marchette” (com carteira), di 1107 Reais – circa 481 Euro – per i dipendenti privati  senza le “marchette”, di 2916,70 Reais – circa 1268 Euro – per i dipendenti pubblici e di 1402,80 Reais – circa 610 Euro – per i lavoratori autonomi. Perciò il salario medio è, a dicembre 2011, pari a 1650 Reais – circa 717 Euro.



Fonte: dati IBGE

A questo punto, il lettore avrà tratto le proprie conclusioni. È chiaro che ormai viviamo in una realtà orwelliana, in cui i media ufficiali ci raccontano tutto e il contrario di tutto. A chi volesse obiettarmi che il salario brasiliano è proporzionato al costo della vita, dico solo che il costo della vita, in assoluto, è più elevato a San Paolo e a Rio de Janeiro che a New York e a Toronto. Molti nostri connazionali che erano fuggiti in Brasile, magari con una pensione italiana, non riescono a sostenere le spese brasiliane e sono costretti ad andarsene[7].
Sul piano di infrastrutture varato da Dilma, posso solo dire che tutto è fermo. Al momento molti dei progetti infrastrutturali legati alle manifestazioni sportive previste per il 2014 e per il 2016 sono in forte ritardo. È possibile che il Brasile farà una figuraccia davanti al resto del mondo. O forse no, perché i media ci racconteranno quello che vorranno.


[2] Fonte: Doing Business, http://www.doingbusiness.org/
[4] Fonte: dati del Serviço Brasileiro de Apoio às Micro e Pequenas Empresas (SEBRAE), Servizio Brasiliano di Sostegno alle Micro e Piccole Imprese, http://www.sebrae.com.br/
[5] IBGE: Desocupação fica em 4,7% em dezembro e fecha 2011 com média de 6,0%, http://www.ibge.gov.br/home/presidencia/noticias/noticia_visualiza.php?id_noticia=2074&id_pagina=1

mercoledì 21 settembre 2011

Migliaia di "indignados" protestano a Rio de Janeiro




Scope verde-oro per spazzar via la corruzione dalle strade di Rio de Janeiro. Gli indignados brasiliani sono scesi in piazza nella metropoli per protestare dopo lo scandalo che ha portato alle dimissioni di ben quattro ministri in tre mesi. "Questa serve a mandare via i corrotti - ha detto una donna scesa in piazza - per cacciarli dal congresso, dal senato e dalla camera dei deputati. Queste persone non sanno far altro che derubarci". Secondo uno studio recente dal 2002 al 2008 la corruzione è costata al Brasile 23 miliardi di dollari. "Nel mio Paese le leggi riguardano solo i poveri - ha detto quest'uomo - Se uno ruba della carne perché sta morendo di fame, saranno applicate tutte le leggi contro di lui. Se al contrario sparisce il denaro pubblico o il petrolio, in quel caso esistono mille modi per aggirare la legge".

martedì 20 settembre 2011

In Brasile il 41% appoggia il riconoscimento dello Stato palestinese ma molti sono i contrari





Ricerca in 19 Paesi indica un sostegno con un margine ristretto allo Stato palestinese

 

Il 49% vuole che i propri Governi riconoscano lo Stato ma ci sono molti oppositori ed indecisi

 

Mentre fervono i preparativi per l’Assemblea Generale dell’Onu, in cui i palestinesi devono chiedere il riconoscimento come Stato indipendente, una ricerca del Servizio Mondiale della BBC in 19 Paesi mostra che, in media, i popoli vogliono dai propri Governi una risoluzione a favore dell’indipendenza palestinese. Tuttavia, questo sostegno ha un margine ristretto.

 

Delle 20.446 persone intervistate dall’istituto di ricerca GlobeScan nei cinque continenti, il 49% ritengono che i loro paesi dovrebbero appoggiare la risoluzione rivendicata dall’Autorità Palestinese, riconoscendo la Palestina come un membro pieno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Tuttavia il 21% degli intervistati vogliono che i loro governi si oppongano al riconoscimento. Gli altri, il 30%, sono indecisi: credono che l’appoggio dipenda da altri fattori, pensano che i loro governi devono astenersi nella votazione o non sanno che atteggiamento i loro governi dovrebbero tenere.

Il maggiore sostegno al riconoscimento palestinese si riscontra in Egitto (90% a favore e 9% contro) ed in altre nazioni a maggioranza musulmana (Turchia, con 60% a favore e 19% contro; percentuali simili si riscontrano in Pakistan ed in Indonesia).

Anche in Cina c’è grande enfasi sul riconoscimento dello Stato palestinese: 56% lo appoggiano e solo il 9% si oppone.

La resistenza maggiore si è riscontrata negli Stati Uniti (45% a favore e 36% contro) ed in India (32% a favore e 25% contro, oltre ad un alta percentuale di indecisi). In Brasile il 41% lo appoggiano, ma il 26% si oppongono.

Nelle Filippine, c’è un alto indice di appoggio (56%), ma anche un rifiuto significativo (36%) al riconoscimento.

 

Riconoscimento contro ripercussione

 

«Se i cittadini dei paesi avessero un voto nell’Assemblea Generale dell’Onu, la ricerca suggerisce che la Palestina otterrebbe il riconoscimento ufficiale delle Nazioni Unite», ha commentato il presidente di GlobeScan, Doug Miller.

 La ricerca è stata realizzata tra il 3 luglio ed il 29 agosto, attraverso interviste telefoniche o personali nei seguenti paesi: Canada, Stati Uniti d’America, Messico, Brasile, Cile, Perù, Turchia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia, Egitto, Cina, Filippine, Pakistan, Indonesia, Australia ed India.

Il margine di errore oscilla tra un minimo di 2,1 ed un massimi di 3,5 punti percentuali.

martedì 13 settembre 2011

Dilma Vana Rousseff Linhares


Oggi parliamo di un personaggio salito prepotentemente agli onori della cronaca da quando il Messianico Luiz Inácio Lula da Silva la scelse come sua successora alla carica di presidente della Repubblica Federale del Brasile.
Personaggio alquanto controverso, negli ultimi anni ridotta ad ameba per poi venire utilizzata in varie funzioni, che ricopriva con assoluta incompetenza.
Proprio questa sua incompetenza, questa sua facilità ad essere dominata da una qualsiasi corrente nel fondo dello stagno dove si trovava, la fece apparire interessante al Messianico, che sapeva di poterla usare a suo piacimento, come una bambola gonfiabile, che dopo l’uso viene sgonfiata e nascosta, perché ci si vergogna a mostrarla.
Per questa ragione il duo Lula/Dilma, seguita da pubblicitari di grido e piazzisti, hanno prosciugato le casse del Tesoro per finanziare una campagna elettorale stratosferica, facilitati nell’opera da una stampa imbelle ed asservita nella sua quasi totalità. Le poche testate contrarie venivano tacitate con mezzi poco ortodossi.
Alla fine, dopo aver usato la faccia del Presidente della Repubblica per appoggiare apertamente uno dei candidati, e pagando tutte le enormi spese sulle spalle del popolo bue, la coppia, con una risicata maggioranza, vedeva coronato il loro sogno.
Ma chi è questa Dilma Vana Rousseff Linhares, nelle cui mani, il popolo brasiliano ha posto il suo destino, il suo futuro?
Dilma Vana Rousseff Linhares nasce a Belo Horizonte, moderna capitale dello stato di Minas Gerais, figlia dell’avvocato e imprenditore bulgaro Pedro Rousseff e della casalinga fluminense, originaria di Nova Friburgo, Dilma Jane Coimbra Silva. Si sposò con Cláudio Galeno de Magalhães Linhares, da quale si separerà.
Ma Dilma visse in un periodo di forti turbamenti nel mondo, erano i famosi anni 60 e 70, quando in Brasile si era instaurata una dittatura militare, che, anche se in modo brutale e illegale, salvo il paese dalla sua cubanizzazione.
Cubanizzazione auspicata dalla Dilma e dai suoi compagni, come Jisé Dirceu e Minc, di cui qui non vado a descrivere le malefatte, ma messa in opera con attentati, rapine, omicidi e sequestri vari. Dulcis in fundo, a dittatura terminata, la Dilma ebbe la sfrontataggine di chiedere i danni per il periodo trascorso in prigione. Danni che lei non ha sicuramente pagati alle persone che ha sequestrato e ucciso. La faccia tosta non ha limite.
Vediamo alcuni spezzoni di storia, che vedono la Dilma Vana Rousseff come parte attiva:
Mário Kosel Filho nacque il 6 luglio del 1949, a San Paolo, era figlio di Mário Kosel e Therezinha Vera Kosel. Si prestava ad aiutare tutti. Faceva parte del Grupo Juventude, Amor, Fraternidade, fondato dal padre Silveira, della Parrocchia Nossa Senhora da Aparecida, nel bairro di Indianópolis, del quale facevano parte più di 30 giovani.
I simboli del gruppo erano una rosa e una chitarra, ed erano stati disegnati dal Mário Kosel, che era soprannominato Kuka. Fceva parte della 5ª Companhia de Fuzileiros del 2º Batalhão, nel 4º Regimento di Infantaria Raposo Tavares. A Quitaúna ebbe la sua vita brutalmente interrotta, all’alba del 26 giugno 1968, in un attentato terrorista vile e codardo, posto in pratica da un gruppo di estrema sinistra, formato da diverse persone che oggi ricoprono cariche pubbliche: Vanucchi, Minc, Zé Dirceu, Tarso Genro, José Genoíno e Dilma Rousseff, che era una delle due donne che stava nell’autovettura dalla quale buttarono la bomba addosso a Kosel, che morì senza senza la minima possibilità di difesa, poiché stava di spalle verificando se c'erano feriti tra gli occupanti di un’auto, raggiunta da colpi di fucileria. Chissà se il corpo ridotto a pezzi di Kosel torna negli incubi della Dilma Rousseff, io credo di no. I mostri non hanno incubi.
Quali sono i sentimenti di una persona nel vedere i suoi simili soffrire sotto tortura, o ridotti in brandelli, solo per tentare di imporre il comunismo cubano nel Brasile??
Lasciamo da parte il seguito criminale della novella presidente, e passiamo al suo periodo commerciale. Ma prima di passare a questa ridicola avventura dobbiamo ricordare del perché si dette al commercio.
Perché il Partito dos Trabalhadores, al governo nel Rio Grande del Sud, l’aveva dimessa (licenziata in tronco) per incompetenza. Quindi grazie ai soldi del secondo marito si lancia nel commercio di prodotti importati. L’attività venne inaugurata nel 1995 e dopo solo quindici mesi dovette chiudere in perdita secca, suo marito perdette un mucchio di soldi per pagare i debiti.
La promettente attività della Dilma commerciante era un negozio del tipo "tutto per R$ 1,99", genere di commercio ben noto agli aficionados brasiliani. Sono negozi che acquistano oggetti a bassissimo costo e poi li rivendono a R$ 1,99. Una bazzecola. Di questi negozi ne esistono migliaia in tutto il Brasile. Ma credo che l’unico che falli è stato quello della Dilma, dopo il suo fallimento come commerciante è tornata di corsa nell’apparato statale, dove l’unico cliente è il partito e dove nessuno perde i soldi.
Stranamente la storia dei prodotti cinesi non appare nella sua biografia, ben spurgata di tutti quei fatti che potrebbero macchiare la verginità della pulzella di Belo Horizonte.
Il fallimento dell’impresa, però rivela la vera natura di Dilma Roussef, ossia ella esiste come mero accessorio del PT, proprio come i sabotatori della receita Federal che violarono gli archivi e pubblicarono i documenti della figlia del suo avversario alla corsa presidenziale, José Serra.
Il Brasile è in vendita per R$ 1,99. O chiudiamo le porte a Dilma Roussef, o lei chiuderà le porte del Brasile, trasformandolo in una gigantesca Cuba.

giovedì 19 maggio 2011

La devianza comincia a scuola

Il Ministro dell'Educazione brasiliano, Fernando Haddad
La maggioranza dei brasiliani è eterossessuale e contraria alle pratiche omosessuali. Ma il governo tira dritto e vara la sua riforma: fra pochi giorni il "kit per i gay" arriverà nelle scuole pubbliche. Sarà omosessualità di Stato

Il ministro Fernando Haddad ha negato che il Ministero dell’Educazione (MEC) abbia deciso di modificare il contenuto del “kit per la lotta all’omofobia” che verrà distribuito nelle scuole pubbliche del ciclo secondario. Questo giovedì, 18 maggio, egli (Haddad, n.d.R.) ha incontrato i parlamentari evangelici che sono contrari al materiale, assicurando loro che potranno manifestare le loro opinioni alla commissione di pubblicazione del materiale ministeriale, ma che questi suggerimenti non saranno necessariamente allegati.

«Il materiale ordinato dal Ministero dell’Educazione serve a combattere la violenza contro gli omosessuali nelle scuole pubbliche del paese. La violenza contro questo pubblico è enorme e l’educazione è un diritto di tutti i brasiliani, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dal sesso. Le istituzioni pubbliche devono essere pronte a ricevere queste persone e ad appoggiarle nel loro sviluppo», si è difeso Haddad durante il programma sul canale radio Bom Dia.
Il “kit omofobia”, come viene chiamato, è stato preparato dalle associazioni in difesa dei diritti umani e della popolazione LBGT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) a partire dalla diagnosi che manca materiale adeguato e formazione degli insegnanti per trattare l’argomento. Il materiale è composto di cartelle, un libro con suggerimenti di attività per l’insegnante e tre filmati.

Il ministero prevede che i kit arriveranno nelle scuole nel secondo semestre del 2011. Il materiale è rivolto ad alunni della scuola media – a partire dai 15 anni.

Fonte: Estadao.com.br

martedì 17 maggio 2011

San Paolo: casi di epatite aumentano del 57%




La capitale ha registrato un aumento del 56,9% nel numero di diagnosi di epatite virale in cinque anni, secondo dati dell’Ambulatorio per le Epatiti del Centro di Riferimento e Addestramento in DST/Aids (CRT-DST/Aids), che dipende dalla Segreteria Statale della Salute. Nel 2004, quando l’unità ha iniziato la propria attività, furono rilevati 388 casi di malattia, il cui numero è schizzato a 609 nel 2009 – anno dell’ultimo dato aggregato disponibile.
Tanto tra gli uomini quanto tra le donne diagnosticati con epatite, il tipo C è stato quello più riscontrato, proprio la forma più pericolosa della malattia – poiché è associata ad un’evoluzione verso la cirrosi, secondo gli specialisti. Il contatto con sangue infetto è la maniera più comune di contagio – una lima per le unghie non sterilizzata, per esempio, la può trasmettere. Tra i pazienti di sesso maschile contagiati, il 51,8% erano portatori del tipo C, un indice che è arrivato al 69,8% nella popolazione femminile.
Tra i comportamenti responsabili di provocare l’epatite ci sono: l’abuso di medicinali, l’uso di droghe, la dipendenza dall’alcol.

Fonte: Estadao.com.br

lunedì 16 maggio 2011

Un sisma registrato sulle coste brasiliane





Un terremoto di magnitudine 6 della scala Richter è stato registrato ieri 15 maggio nell’Oceano Atlantico nella costa del Brasile, ha informato il centro di ricerca geologica degli Stati Uniti d’America.
La scossa è avvenuta alle 10:08 ora di Brasilia ed è stata localizzata 1227 chilometri ad ovest – nord ovest di Natal. Il centro di ricerca statunitense ha reso noto che il sisma si è verificato ad una profondità di nove chilometri, ma non ci sono indicazioni immediate di tsunami.
Raggiunto dall’Agenzia di Stato, il Centro di Coordinamento dell’Emergenza e della Difesa Civile di Rio Grande del Nord ha comunicato che al momento non dispone di informazioni al riguardo.
Secondo il blog brasiliano “A Nova Ordem Mundial”, che ha pubblicato oggi la notizia, potrebbe trattarsi di un terremoto provocato ad arte secondo lo schema consueto del progetto HAARP.
Che il sisma possa essere utilizzato come un’arma (la c.d. “arma sismica”) è stato confermato in un’intervista rilasciata a Limes dal Generale Mini, in tempi non sospetti.

venerdì 13 maggio 2011

I pesticidi che non ti aspetti


Una notizia che riguarda anche noi, dal momento che, in un mondo ahi noi sempre più globalizzato, importiamo e consumiamo moltissimi prodotti brasiliani

 Campione mondiale per uso di pesticidi, il Brasile è divenuto negli ultimi anni il principale mercato dei prodotti proibiti in altre nazioni. Nelle serre brasiliane si impiegano almeno dieci prodotti banditi nell’Unione Europea, Stati Uniti d’America e uno in Paraguai. L’informazione è dell’Anvisa (Agenzia Nazionale della Vigilanza Sanitaria), sulla scorta di dati delle Nazioni Unite e del Ministero dello Sviluppo, Industria e Commercio.
Nonostante sia prevista una normativa, il governo ritarda a sottoporre a nuove verifiche questi prodotti, tappa indispensabile per limitarne l’utilizzo o ritirarli dal commercio. Da quando, nel 2000, fu creato nell’Anvisa il sistema di verifica, quattro sostanze sono state proibite. Nel 2008 una nuova lista di verifica fu redatta, ma, a causa di divergenze nel governo, pressioni politiche ed azioni giudiziarie, poco è stato fatto.
Finora, dei 14 prodotti che dovrebbero essere sottoposti a verifica, c’è stata una sola decisione: la ciexatina, utilizzata nella coltivazione degli agrumi, è stata bandita a partire da quest’anno.
Mentre le decisioni vengono rimandate, aumenta  l’uso dei pesticidi sospetti di danneggiare la salute. Un esempio è l’endosulfame, associato a problemi endocrini. Dati della Segreteria del Commercio con l’Estero mostrano che il paese ha importato 1,84 milioni di tonnellate del prodotto nel 2008. Nel 2009, la cifra è schizzata a 2,37 milioni di tonnellate.
«Stiamo consumando la spazzatura che altre nazioni rifiutano», riassume la coordinatrice del Sistema Nazionale dell’Informazione Tossico Farmacologica della Fondazione Oswaldo Cruz, Rosany Bochner.
Il coordinatore generale dei Pesticidi e Affini del Ministero dell’Agricoltura, Allevamento e Rifornimento, Luís Rangel, ammette che i prodotti proibiti negli altri paesi e candidati a verifica in Brasile registrano un aumento anormale di consumo tra i produttori nazionali.